Balorda nostalgia

12.03.2025

 La balorda nostalgia nella prospettiva gestaltica

Ci sono persone che arrivano in studio e dicono:
"Non riesco a smettere di pensarci."

Non parlano solo di una persona. Parlano di un tempo, di un odore, di una versione di sé. Parlano di una nostalgia che non consola, ma punge. E' dolorosa!

È la stessa vibrazione che attraversa Balorda nostalgia di Olly: un sentimento che non è elegante, non è poetico, non è dolce. È balordo. Disordinato. Inciampa nei ricordi, ritorna quando meno te l'aspetti, confonde ciò che è stato con ciò che avrebbe potuto essere.

Che cos'è la nostalgia?

La nostalgia è un'emozione complessa: tiene insieme perdita e appartenenza.
È il tentativo della mente di mantenere un legame con qualcosa che non c'è più. Non riguarda solo l'altro, ma la versione di noi che esisteva in quella relazione.

Dal punto di vista delle neuroscienze affettive — in dialogo con il lavoro di Jaak Panksepp — sappiamo che quando viviamo un legame significativo il cervello cambia. Si organizzano connessioni, si stabilizzano abitudini emotive, si crea una forma di regolazione condivisa.

  • La dopamina sostiene la spinta verso l'altro: è la tensione del desiderio, dell'attesa, del "ti cerco". Quando la relazione finisce, quella tensione non si spegne all'improvviso, trasformandosi in pensiero ricorrente.

  • La serotonina, regola l'umore e la stabilità emotiva, partecipa alla regolazione dei pensieri. Nei momenti di perdita può oscillare, facilitando la ruminazione: il passato che ritorna sempre uguale.

  • L'ossitocina costruisce legami e senso di sicurezza. Quando il legame si interrompe, non perdiamo solo una persona: perdiamo una forma di co-regolazione e un equilibrio emotivo costruito nel tempo.

Naturalmente non esiste "la molecola della nostalgia".
Ciò che proviamo è il risultato di un intreccio tra neurochimica, memoria, significato personale e storia relazionale.

Ma questo ci aiuta a capire una cosa:
la nostalgia non è solo un pensiero.
È un'esperienza incarnata.

Quando ricordiamo, il corpo partecipa.
Non stiamo semplicemente pensando: stiamo riattivando stati emotivi del passato, e che oggi ci mancano.

Perché "balorda"?

Perché la nostalgia non è oggettiva.
Qui entra in gioco il bias nostalgico.

Un bias è una distorsione sistematica del pensiero: una scorciatoia cognitiva che altera il modo in cui interpretiamo la realtà. 

Il bias nostalgico seleziona e illumina i momenti belli, attenua le fratture, smussa i conflitti. Costruisce un passato più coerente e luminoso di quanto fosse. La corteccia prefrontale, nel tentativo di mantenere coerenza narrativa e proteggere l'autostima, può contribuire a questa riorganizzazione selettiva del ricordo.

Così, ciò che ricordiamo non è la relazione reale, ma una versione più dolce di ciò che è stato.

Ed è qui che la nostalgia diventa "balorda":
ci fa soffrire per qualcosa che, in parte, non è mai esistito così come lo raccontiamo.

La visione gestaltica

In Gestalt, ciò che non è stato pienamente vissuto o elaborato resta in figura. Continua a chiedere attenzione. Torna nei pensieri, nei sogni, nei confronti con i nuovi partner. 

E' una gestalt aperta!

La persona che arriva in studio è bloccata perché l'esperienza non è stata integrata.

Integrare, in senso gestaltico, significa:

  • attraversare il dolore senza evitarlo,

  • riconoscere i bisogni che quella relazione nutriva,

  • distinguere tra l'altro reale e le proiezioni,

  • riappropriarsi delle parti di sé investite nel legame.

Quando questo processo avviene, anche a livello neurobiologico si osserva una maggiore integrazione tra aree limbiche e prefrontali: l'emozione non è più travolgente, ma mentalizzata.

E allora?

Allora la nostalgia smette di essere balorda.
Non perché il ricordo sparisce.
Non perché il dolore viene negato.

Ma perché cambia posto dentro di noi.

Diventa memoria.
Diventa narrazione.
Diventa esperienza integrata.

Non è più una figura che chiede insistentemente attenzione, ma uno sfondo che sostiene. Non è più qualcosa che trascina indietro, ma qualcosa che ha contribuito a costruire chi siamo.

La persona che arriva in studio dicendo "non riesco a smettere di pensarci" non ha bisogno di dimenticare.
Ha bisogno di attraversare.
Ha bisogno di dare senso.
Ha bisogno di riprendersi le parti di sé rimaste sospese in quel legame.

E quando questo accade, anche il corpo si quieta.
I circuiti della memoria non si accendono più come allarme, ma come racconto.
Il passato non è più una stanza in cui si rimane chiusi, ma una casa in cui si è abitato.

Come nella canzone, non si tratta di cancellare ciò che è stato.
Si tratta di riconoscere che — l'amore, l'errore, l'attaccamento, la perdita, perfino l'ostinazione del ricordo —

tutto questo è vita.

E solo quando la persona può dirlo senza spezzarsi, quando può sentire che anche quella relazione ha avuto un senso nel proprio percorso, allora l'esperienza è davvero integrata.

La nostalgia non è più balorda.
È diventata parte di sé.

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Margherita Montalbano - P.IVA 12513020011

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